Angelica

Angelica si strinse nel cappotto color lavanda. Il Tevere era accarezzato dal sole lattiginoso di un’alba gelida. Camminava senza fretta: voleva assaporare ogni istante del silenzio

che ancora avvolgeva la città. Un silenzio denso che le portava ricordi, bagliori di un passato lontano.

Non lo aveva voluto. Angelica non lo aveva voluto.Le era piombato tutto adosso, una pioggia di detriti pungenti e grigi, corpi soffocanti da cui difendersi. Finì tutto d’estate. Fuori, soltanto il frinire delle cicale e un caldo dolce e indifferente.

Una caduta inevitabile, circolare e lenta, verso l’ignoto.

Perdersi e ricostruirsi. Un vortice di frammenti da plasmare, dalle nuove tonalità e dai nuovi sapori.

Lentamente, aveva ritrovato ciò che pi amava: la capacità di sognare. Lentamente, in punta di piedi, quasi volteggiando tra gli eventi della vita.

La città iniziava a svegliarsi. Angelica si fermò a guardare il cielo dalle striature rosate. Era quasi Natale, un’aria di attesa fremeva fra i palazzi e le strade. Entrò in un bistrot. Mentre aspettava il suo succo d’arancia estrasse dalla borsa un piccolo libro. Lo aprì e rilesse quella breve frase che aveva sottolineato più e più volte: “siamo solo per pochi”.

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